domenica 31 marzo 2013

Octavio Paz





Poeta e saggista messicano (Città di Messico 1914 - ivi 1998). Tra i maggiori intellettuali messicani e dell'America latina, P. si affermò come un innovatore del costume letterario e delle concezioni culturali. L'assegnazione del premio Nobel per la letteratura (1990) ratificò l'importanza della sua opera di poeta e saggista, intimamente legato al patrimonio culturale della propria terra e profondo conoscitore di paesi, epoche, lingue e tradizioni. Dopo l'esordio con la raccolta Luna silvestre (1933), fu tra i fondatori, assieme ad altri intellettuali messicani, della rivista Taller (1938-41). Soggiornò a lungo all'estero (in Spagna durante la guerra civile, negli USA, in Francia, Giappone e in India, dove fu ambasciatore dal 1962 al 1968), spesso ricoprendo incarichi diplomatici, aprendosi agli influssi di altre tradizioni letterarie (surrealismo francese, haikai giapponese, ecc.), come testimonia la sua attività di traduttore (Bashō, W. B. Yeats, ecc.). Ambasciatore in India, si dimise nel 1968 per protesta contro il massacro degli studenti a Città di Messico in occasione delle Olimpiadi. Iniziò allora l'insegnamento universitario, con la cattedra di poesia dapprima all'università di Oxford poi in università degli Stati Uniti. Membro del Colegio Nacional de México, ha ricevuto, tra gli altri riconoscimenti, il premio Cervantes nel 1981. La sua sperimentazione poetica, che si era sviluppata sotto l'influenza del surrealismo francese e sulla spinta della cultura messicana degli anni Trenta, si arricchì nel corso dei suoi diversi soggiorni all'estero e con l'alternarsi dell'attività di diplomatico, di docente universitario e di promotore di importanti iniziative culturali quali le riviste Plural (1971) e Unalta (1976). Volta al superamento della poesia tradizionale, la sua opera fu nel contempo segnata dalla fede nella creazione poetica come mezzo per restituire senso all'esistenza. La sua saggistica spaziò dalle riflessioni sulla poetica  ) a scritti sul Messico , a studi sullo strutturalismo, all’arte contemporanea , sulle relazioni tra filosofia orientale e occidentale  e su vari aspetti della letteratura. Nel 1990 pubblicò ancora un saggio storico-politico, che testimonia la sua radicale insofferenza verso ogni ideologia. Nello stesso anno apparve il volume complessivo Obra poética: 1935-1988, e nel 1993 la sua ultima raccolta di versi. Da ricordare inoltre le impressioni di viaggio. Un'ampia silloge dei suoi testi è apparsa in Italia con il titolo Octavio Paz (1995).
                                                              ***


Destino del poeta

Parole? Sì, di aria
e nell'aria perdute.
Tu lascia che mi perda tra parole,
lasciami essere aria su labbra,
un soffio vagabondo senza sagoma,
breve aroma che l'aria fa svenire.

Anche la luce in se stessa si perde.

mercoledì 27 marzo 2013

Alfred de Vigny





Figura isolata di poeta-filosofo, oltre che di narratore e drammaturgo, fu tuttavia testimone delle tematiche romantiche, indagando e meditando sulla condizione umana. Nato a Loches in una famiglia di antica nobiltà, dopo un'infanzia solitaria studiò a Parigi, preparandosi alla carriera militare. Nel 1814 ottenne il grado di sottotenente, ma la monotonia della vita di guarnigione lo deluse profondamente. Nel 1820 conobbe Victor Hugo e si accostò al gruppo dei romantici. La vita militare gli lasciava molto tempo per leggere e meditare; i primi versi, Poesie, apparvero nel 1822. Nel 1824 il poeta ottenne un congedo, che diverrà definitivo nel 1827. Nel 1825 sposò l'inglese Lydia Bunbury e si stabilì a Parigi. Non fu però un matrimonio felice, anche a causa delle malferme condizioni di salute della moglie, che si adattò con difficoltà a vivere in Francia. Libero dagli impegni nell'esercito, si dedicò interamente alla letteratura. Sul finire degli anni '30 il poeta cominciò a trascorrere lunghi periodi in campagna. L'indole solitaria, la tendenza all'autoesclusione, il profondo pessimismo si tradussero in un atteggiamento ostile e altero, se non addirittura sprezzante. A partire dal 1842 la sua candidatura all'Académie française fu rifiutata cinque volte, e finalmente accolta nel 1845. Dopo la rivoluzione del 1848, si presentò senza fortuna alle elezioni. Amareggiato, si ritirò definitivamente nel suo castello al Maine-Giraud, nella Charente, conducendo un'esistenza solitaria tutta dedicata alla creazione poetica. La prima raccolta poetica organica uscì nel 1826, con il titolo di Poemi antichi e moderni. L'edizione inglobava i Poemi del 1822; in seguito ne pubblicò altre due edizioni accresciute (1829, 1837). Divisa in tre parti, Libro mistico, Libro antico, Libro moderno, la raccolta comprende alcuni dei componimenti più significativi di Vigny e affronta già le tematiche essenziali della sua opera ­ la solitudine del genio, la sofferenza dell'umanità sottomessa a forze cieche e crudeli ­ risolte in immagini e figure simboliche. Esemplare il celebre poema Moïse (1822), imperniato sull'infelicità del genio, il quale coglie con angosciosa lucidità la propria solitudine e accetta eroicamente il proprio destino. L'ispirazione filosofica della poesia di Vigny si esprime appieno nell'opera della maturità, I destini, 1864 postumo  attraverso figure emblematiche, il poeta approfondisce la meditazione sulla condizione umana e comunica un messaggio morale che fonde pessimismo e fede nell'umanità. Di fronte all'irrimediabile infelicità dell'uomo, abbandonato da una divinità indifferente, Vigny rifiuta la disperazione come la credulità e perviene a una lucida saggezza. Il romanzo Cinq-mars (1826) si inserisce nel genere allora in voga del romanzo storico alla Walter Scott, con qualche concessione al romanzo gotico e al melodramma; la ricostruzione storica è finalizzata all'affermazione di una tesi, ovvero la difesa della nobiltà francese oppressa da Richelieu. Il romanzo Stello (1832) affronta il tema, squisitamente romantico, della maledizione che pesa sul genio divino del poeta, tema che verrà in seguito ripreso da Baudelaire e da Verlaine. Il poeta è solo, incompreso, destinato al disprezzo degli uomini, e tuttavia, in una "santa solitudine", egli deve orgogliosamente compiere la sua alta missione. Da un episodio del romanzo Vigny trasse uno dei migliori drammi romantici, Chatterton (1835), che rappresenta l'estremo rifiuto di ogni compromesso da parte del poeta. Nel 1835 scrisse un'altra opera narrativa, Servitù e grandezza militari, intesa a completare la trilogia a difesa dei "paria" della società, il nobile, il poeta, il soldato. L'opera in prosa, concepita da lui come un "poema epico sulla disillusione", ripropone i limiti della sua poesia, ovvero l'asservimento del mezzo espressivo all'idea da comunicare, la scarsa autonomia concessa alla poesia rispetto al discorso concettuale.
                                                                                    Liberamente tratta da Sapere.it
                                                              ***
La morte del lupo
Ahimè! pensai, seppur uomini ci chiamiamo,
quanto di noi ho vergogna, deboli come siamo!
Come lasciar la vita e tutti i suoi mali
voi solo lo sapete, mirabili animali!
Nel veder quel che nel mondo fummo, e quanto si lascia in questo,
grande solo è il silenzio; debolezza tutto il resto.
― Ah! T'ho ben capito, mio selvaggio viaggiatore,
e l'estremo sguardo tuo m'è sceso fino al cuore!
Diceva: «Se riesci, fa' che l'animo tuo austero,
anni ed anni trascorrendo nello studio e nel pensiero,
giunga a quest'alta vetta di Stoica fierezza,
che, pur nato fra i boschi, subito toccai con destrezza.
Gemere, lacrimare, pregare è sempre vile.
― Adempi l'aspro tuo dovere, sii virile
nella via in cui la Sorte ti volle chiamare,
e alfin soffri e muori al par di me, senza parlare».


giovedì 21 marzo 2013

Alda Merini


Quelle come me regalano sogni, anche a costo di rimanerne prive…
Quelle come me donano l’Anima, perché un’anima da sola è come una goccia d’acqua nel deserto…
Quelle come me tendono la mano ed aiutano a rialzarsi, pur correndo il rischio di cadere a loro volta…
Quelle come me guardano avanti, anche se il cuore rimane sempre qualche passo indietro…
Quelle come me cercano un senso all’esistere e, quando lo trovano, tentano  di insegnarlo a chi sta solo sopravvivendo…
Quelle come me quando amano, amano per sempre…e quando smettono d’amare è solo perché piccoli frammenti di essere giacciono inermi nelle mani della vita…
Quelle come me inseguono un sogno…quello di essere amate per ciò che sono e non per ciò che si vorrebbe fossero…
Quelle come me girano il mondo alla ricerca di quei valori che, ormai, sono caduti nel dimenticatoio dell’anima…
Quelle come me vorrebbero cambiare, ma il farlo comporterebbe nascere di nuovo…
Quelle come me urlano in silenzio, perché la loro voce non si confonda con le lacrime…
Quelle come me sono quelle cui tu riesci sempre a spezzare il cuore, perché sai che ti lasceranno andare, senza chiederti nulla…
Quelle come me amano troppo, pur sapendo che, in cambio, non riceveranno altro che briciole…
Quelle come me si cibano di quel poco e su di esso, purtroppo, fondano la loro esistenza…
Quelle come me passano innosservate, ma sono le uniche che ti ameranno davvero…
Quelle come me sono quelle che, nell’autunno della tua vita, rimpiangerai per tutto ciò che avrebbero potuto darti e che tu non hai voluto…
 




















21 Marzo



“Chi non aspira alle gioie dell’amore e a grandi cose, quando
nell’occhio del cielo e nel senso della terra ritorna la primavera?”
                                                                                          F. Holderling





mercoledì 20 marzo 2013

Friedrich Hölderlin



 

 (Lauffen sul Neckar, Württemberg, 1770 - Tubinga 1843) è ritenuto uno dei maggiori esponenti del romanticismo tedesco, nella sua prima fase e forse il più grande poeta lirico tedesco per la sua visionaria originalità espressiva e tematica. È una figura complessa, nel cui pensiero, affidato tanto ai versi delle poesie quanto a frammenti filosofici, confluiscono e s'intrecciano in modo irriducibile sia temi tipici delle estetiche del classicismo e del primo romanticismo, sia elementi teorici del neoplatonismo e dell'idealismo, nonché spunti del panteismo eretico di G. Bruno e G.C. Vanini e della teologia cristiana.
La vita
Perse prestissimo il padre, che era un influente funzionario del ducato di Svevia, e poco più tardi anche il patrigno. La madre decise di avviare il figlio alla carriera di pastore protestante e gli fece frequentare i seminari di Denkendorf e di Maulbronn. In questo periodo il giovane, oppresso dall'atmosfera regnante in quegli istituti, che pure univano al pietismo una notevole apertura sociale e un orientamento di pensiero illuministico, fece i suoi primi tentativi poetici. Nel 1788 passò al rinomato collegio teologico di Tubinga, dove strinse amicizia con i futuri maestri dell'idealismo tedesco, Hegel e Schelling, con i quali condivise l'entusiasmo per la rivoluzione francese e per la filosofia kantiana. Conclusi gli studi, rifiutò d'intraprendere, come desiderava la madre, la carriera di pastore e si impiegò come precettore a Waltershausen (1793). Si recò poi (1795) a Jena, dove frequentò Schiller. Nel 1794 pubblicò sulla rivista “Neue Thalia” un frammento del suo romanzo Hyperion. A Jena seguì anche con autentico entusiasmo le lezioni di Fichte; insoddisfacente fu invece l'esito di una visita a Goethe nella vicina Weimar. Lasciò Jena per Francoforte e assunse l'incarico di precettore presso il banchiere Gontard: qui s'innamorò della madre dei suoi quattro allievi, Suzette, che cantò con il nome di Diotima in molte liriche e nel romanzo Iperione. Nel 1798 la situazione si fece insostenibile, e Hölderlin fu costretto a lasciare casa Gontard. A Homburg tentò la carriera dello scrittore indipendente, ma né Goethe né Schiller né gli amici da lui invitati a collaborare a una progettata rivista “Iduna” gli risposero. Dopo una breve parentesi come precettore a Hauptwyl in Svizzera (1801), fece ritorno alla casa materna di Nürtingen, nella speranza di ottenere una cattedra di letteratura greca a Jena. Partì quindi per Bordeaux, dove di nuovo fu precettore presso il console di Amburgo (1801-02). Dopo pochi mesi si mise in cammino a piedi per rientrare in Germania: la notizia, appresa forse durante il viaggio, della morte di Suzette Gontard finì con lo stravolgergli la mente. Quando raggiunse la casa materna, era ormai preda della pazzia. Del malato si occupò il fedele amico E. Sinclair, che dapprima ottenne per lui un impiego di bibliotecario a Homburg (1804): ma la salute psichica del poeta peggiorò a tal punto che nel 1806 fu ricoverato al “Clinicum” di Tubinga, donde l'anno dopo fu congedato come inguaribile. Da allora fino alla morte Hölderlin visse, completamente obnubilato, nella casa del falegname di Tubinga E. Zimmer, ricevendo visitatori attratti dalla sua nascente fama letteraria e scrivendo per essi brevi versi in rima baciata, cui apponeva date fantasiose firmandosi “Scardanelli”.
L'idealizzazione romantica della Grecia classica
In Hölderlin i temi più tipicamente romantici della natura, dell'amore e dell'arte confluirono nell'esaltazione della grecità, in maniera alquanto atipica giacché il romanticismo con Novalis, L. Tieck e altri scrittori predilesse piuttosto il Medioevo. Egli fu certamente influenzato dal classicismo di Winckelmann e di Schiller, ma nella Grecia antica vide soprattutto il luogo in cui si erano realizzate quell'armonia tra uomo e natura, quella divinizzazione del cosmo che erano per lui, come per altri romantici, oggetto di dolorosa aspirazione. Differenti dai canoni del classicismo sono, di conseguenza, i soggetti e i modelli da lui prediletti nella storia della cultura greca, dalla figura di Empedocle all'ode pindarica della cui metrica e tecnica si appropriò allontanandosi dal modello delle odi di Klopstock, che aveva seguito nelle sue prime composizioni. A Empedocle sono dedicate una poesia giovanile e una tragedia in versi giunta in tre diverse redazioni tutte incompiute, La morte di Empedocle (Der Tod des Empedokles, 1797-1800). La figura del filosofo greco che i concittadini esiliarono e che, come vuole una tradizione leggendaria, avrebbe posto fine alla propria vita gettandosi nel cratere dell'Etna, assume in Hölderlin il significato universale di una volontà volta a sanare la scissione prodottasi nel corso della storia fra l'uomo e la natura, fra il soggetto e l'oggetto e, in ultima analisi, fra l'umano e il divino. La società umana infatti, separandosi dalla natura, ha fatto dileguare il Divino dalla terra, e solo la riconciliazione tra umanità e natura determinerà il ritorno del Divino. Tale è il senso del messaggio che Empedocle, soprattutto nella terza frammentaria versione della tragedia di Hölderlin, invia ai concittadini: la sostituzione panteistica della natura alle vecchie divinità e la dedizione a essa come superiore forma religiosa. Empedocle diviene in tal modo il portavoce letterario della filosofia che Hölderlin aveva sviluppato a Tubinga in una sorta di manifesto filosofico, steso con Hegel e Schelling e noto come Il primo programma sistematico dell'idealismo tedesco (Das älteste Systemprogramm des deutschen Idealismus). In esso, con ardore e ingenuità giovanili, all'“ingranaggio meccanico” dello Stato viene contrapposta una nuova “mitologia della ragione”, capace di accostare al popolo le “idee” della morale, della divinità e della poesia.
L'Iperione
L'unica opera completa pubblicata da Hölderlin è il romanzo epistolare Iperione, ovvero l'eremita di Grecia (Hyperion oder der Eremit in Griechenland, 2 voll., 1797-99). Anche quest'opera è ambientata in Grecia: al suo centro si trova però una vicenda contemporanea, l'insurrezione greca contro la dominazione ottomana del 1770. Iperione, disgustato dalla meschinità del presente, sogna di richiamare in vita l'antico mondo greco; la sua ardente sete di ideale si fonde in lui con l'amore per Diotima, simbolo e insieme incarnazione della sognata bellezza classica. Quando l'amico Alabanda gli addita l'insurrezione come via pratica per ricreare la Grecia d'un tempo, Iperione lo segue nonostante i moniti di Diotima, secondo cui solo la bellezza può portare all'attuazione dell'ideale. Lo svolgimento degli eventi persuade Iperione che l'ideale non può vivere sulla terra: i combattenti della libertà hanno saccheggiato e assassinato come i loro nemici, e Diotima è morta, vanificando anche la speranza di un'arcadica vita a due, lontano dalla patria e dalla storia. Deluso anche dalla Germania (dove si era recato), rappresentata come il paese della vita macchinale e della scissione interiore, refrattaria a ogni miglioramento, Iperione trova rifugio in una panteistica fusione con la natura, in un'unione estatica fra io e cosmo. La prosa ritmica del romanzo (del quale in seguito l'autore iniziò una redazione in pentametri giambici) è in qualche caso enfatica con le sue reiterate esclamazioni e la metaforica un po' oleografica, ma è pervasa da una profonda commozione trasfigurata in pagine di esemplare limpidezza.
Gli scritti di estetica
Hölderlin fu autore anche di una serie di scritti a tema estetico, da leggere non come brevi trattati di una poetica personale che riflette su se stessa, bensì come frammenti, illuminazioni, torsi di una più ampia e robusta intuizione filosofica. Sebbene non possano essere ricondotti a un progetto unitario, questi suoi frammenti teorici (Sul procedimento dello spirito poetico; Giudizio, possibilità, essere; Il divenire nel trapassare; Il significato delle tragedie; Note a Sofocle) configurano un vigoroso sforzo di pensiero per cogliere l'unità dell'essere e la totalità della vita. Fra i temi trattati, quello del tragico occupa una posizione centrale. Hölderlin lo sviluppa affrontando i nodi speculativi della contraddizione (che vive nella stessa antiteticità del reale ed è irrisolvibile nella mediazione concettuale), della dualità di finito e infinito, della contrapposizione di libertà e necessità. Il destino dell'uomo è imprescindibile dalla “contraddizione che salva”, cioè dalla sofferenza e dalla consumazione di tutte le cose perché si liberi “ciò che, massimamente, è gioioso”.
Le poesie
Le poesie costituiscono senza dubbio il punto più alto della produzione letteraria di Hölderlin. Prese le mosse dall'imitazione di Klopstock, il poeta fu influenzato, negli anni dello studio a Tubinga, dal classicismo illuministico di Schiller: ne sono prova evidente l'inno Grecia (Griechenland), che si rifà anche nel titolo a Gli dei della Grecia di Schiller, e gli inni All'umanità (An die Menschheit), All'amore (An die Liebe), Alla bellezza (An die Schönheit). Tuttavia già in alcune liriche degli anni 1797-98, come la trasognata Quand'ero ancor fanciullo (Da ich ein Knabe war) o l'impetuoso e tragico Canto del destino di Iperione (Hyperions Schicksalslied), inserito poi nel romanzo, o ancora l'inebriato Alle parche (An die Parzen), si annuncia inconfondibilmente la voce di una nuova individualità poetica. La rima scompare, il verso greco viene ricreato nella lingua moderna facendo corrispondere alle sillabe lunghe e brevi quelle con e senza accento; soprattutto si manifesta in essa quel respiro ampio e pieno che nasce da un uso arditissimo dell'enjambement, da un'aggettivazione imprevedibile ma non bizzarra, da una variegata creazione di parole composte.
Le composizioni scritte tra il 1800 e il 1801 accentuano queste caratteristiche: si tratta di odi vaste e complesse, talvolta oscure ma animate da un ritmo possente e da metafore e accostamenti sorprendenti; si ricordano: Ai tedeschi (An die Deutschen), Heidelberg, Il Neckar (Der Neckar), Vita (Lebenslauf), Il fiume incatenato (Der gefesselte Strom), Ganimede (Ganymed). Particolarmente interessante è poi il poemetto in esametri L'arcipelago (Der Archipelagus), grande evocazione del mondo greco-ionico.
Nell'ultima fase della produzione poetica di Hölderlin, che va dal ritorno dalla Francia alla fine del 1804, nascono i grandi inni che l'autore definì “patriottici” perché dedicati alla patria tedesca (Germania, Germanien; La migrazione, Die Wanderung), ai suoi fiumi (Alle fonti del Danubio, Am Quell der Donau; Il Reno, Der Rhein), al suo popolo e ai suoi poeti (Canto tedesco, Deutscher Gesang). In forme sempre più ampie e attraverso redazioni spesso molteplici, con queste liriche Hölderlin sembra voler assegnare alla propria terra il rinnovamento della divina unione di uomini e natura, scomparsa con la fine del mondo greco.
Infine nell'ultimo gruppo di grandi elegie appare con misteriosa e impressionante grandezza la figura del Cristo: terzo e ultimo dopo Eracle e Dioniso insieme con i quali forma un “trifoglio” (L'Unico, Der Enzige), egli agita “la fiaccola dell'Altissimo” facendo rilucere “dall'anima prigioniera un sorriso” (Pane e vino, Brot und Wein) e si appresta a riconciliare quanto era stato diviso (Conciliatore, tu che mai creduto, Versöhnender, der du nimmergeglaubt). Cristo rappresenta da un lato la fine del mondo greco e della sua unità felice, dall'altro il nunzio di una nuova età della riconciliazione. È possibile che Hölderlin vedesse in Cristo, sulla scorta di letture gnostiche riscontrabili anche nel giovane Hegel, un “eone”, uno dei messi della divinità che fanno da intermediari tra questa e gli uomini. In Patmos il poeta, rapito come l'apostolo Giovanni, ripercorre il cammino del Verbo dall'Oriente all'Occidente, annunciando una nuova epifania del divino: infatti ai poeti spetta il compito di rinnovare e attualizzare il messaggio divino.
Una scelta delle poesie di Hölderlin fu edita da G. Schwab e L. Uhland nel 1826: grazie a essa il poeta incominciò a essere letto e apprezzato dai contemporanei; con il provento delle vendite venne altresì pagato in parte il mantenimento dell'uomo ormai sopravvissuto a se stesso.
A lungo H. dovette aspettare prima di ottenere i riconoscimenti che si è unanimi oggi nel ritenere a lui dovuti, come a uno dei sommi della poesia europea.
                                                                                                       Tratto da Sapere.it

Il canto di Iperione

Voi trascorrete nell'alta luce,
un molle suolo calcando,
geni beati!

Il divino splendore dell'aria
leggero vi sfiora,
come le dita del musico
Le sacre corde.

Sciolti dal fato, simili al bimbo
che dorme, i Celesti respirano.
Casto, concluso in umile boccio,
il loro spirito fiorisce eterno;
s'aprono i loro occhi beati
in una calma eterna chiarezza.

Ma a noi non è dato posare
in nessun luogo. Svaniscono,
cadono a un tratto i miseri umani,
ciecamente travolti,
d'una in altr'ora,
come l'acqua precipite
di roccia in roccia,
nell'ignoto, per sempre.


 

martedì 19 marzo 2013

Lina Kostenko


Scrittrice ucraina Dopo aver studiato a Mosca, tornò in Ucraina alla fine degli anni Cinquanta. Ha esordito con alcune raccolte di poesie nell'ambito della "generazione degli anni Sessanta" (šistdesjatnyky), un gruppo di giovani intellettuali ucraini che si opponevano al sistema totalitario. Messa al bando dalle autorità sovietiche, K. ha partecipato attivamente alle vicende culturali e politiche in Ucraina fino all'indipendenza (1991); poté ricominciare a pubblicare solo nel 1977, quando uscì "Sulle rive del fiume eterno”. Una struttura complessa presentano i poemi"Odissea scitica", 1989e "Neve a Firenze", 1989 ambientato nella Firenze rinascimentale. Tra le opere più recenti si ricordano il romanzo "Zona di estraniamento", 1999 in cui K. affronta il dramma dell'era postatomica, e il romanzo-saggio "L'incontro post mortem di Puškin", 1998. Dichiaratamente al di fuori di scuole, ha contribuito al rinnovamento radicale della letteratura ucraina sul piano concettuale e formale: la sua poesia varia da una strofa classica al verso libero, dal monumentalismo delle opere storiche al minimalismo delle strutture poetiche "dissolte", come in "Opere scelte", 1989; trad. it. Intarsi, 1994). Con i romanzi in versi Marusja Čuraj (1979)e Berestečko (1999), ambientati nel Seicento ucraino, la scrittrice ha modernizzato il genere storico, conferendogli attualità psicologica ed estetica.        
                                                       

***

Una risata

In strada – lo sento attra­verso la finestra –
una donna scop­pia in una risata innaturale.
Forse è una donna tri­ste, ma vuole
avere voglia di ridere.

E io guardo i fiumi delle vie buie,
le teste degli alle­gri lampioni,
vestiti con pic­coli ber­retti di latta,
al mio alto davanzale
i castani por­gono fiori bianchi…

Invece io guardo e penso ai versi.
Se sono tri­sti, si rat­tri­stino pure.
Ma non lan­cino una risata innaturale –
le per­sone schiette chiu­dono le finestre.

***

"Forse l'umanità..."

Forse l’umanità è ancora molto giovane.

Infatti, per quanto puntiamo le dita-

il XX secolo!- qua e là capitano

ancora gli uomini di Neanderthal.

Guardi: che cosa sta accadendo?

Nemmeno la lente biconvessa aiuterà.

Sembrano persone, hanno tutto di umano,

ma l’anima non è ancora scesa dall’albero.

lunedì 18 marzo 2013

Stéphane Étienne Mallarmé



Brindisi

Nulla, una schiuma, vergine verso
solo a indicare la coppa;
così al largo si tuffa una frotta
di sirene, taluna riversa.
Noi navighiamo, o miei diversi
amici, io digià sulla poppa
voi sulla prora fastosa che fende
il flutto di lampi e di inverni;
una bella ebbrezza mi spinge,
né temo il suo beccheggiare
in piedi a far questo brindisi:
solitudine, stella, scogliera
a tutto quello che valse
il bianco affanno della nostra vela.

Stéphane Mallarmé 
                                                  
                                                   ****************
Dedicata ai due amici con cui ho condiviso la cena  13.3.2013
Pasto frugale,  domande e sorrisi
  un piccolo gruppo di amici.
 Ricerca condivisa
 nel mondo della comprensione
 travagli avari forse di rivelazione.






Pomeriggio di poesia


Alcune foto della iniziativa organizzata da Emergency,svoltasi oggi al FAT presso il Caos: Sonetti di Antonio Pecorelli.


Intenso e pregnante il pomeriggio trascorso al Fat ascoltando i versi di uno tra i più amati
poeti  vernacolari di questa nostra Terni.
Le sapienti, egregie e affettuose interpretazioni delle voci recitanti di Fabio Pecorelli, Ermanno Crescenzi ed Agnese Pecorelli e le  note di Rufus, hanno saputo condurci in  quel suo variopinto e ricco percorso di  fatti,  riflessioni e battute salaci; realizzando così anche se per poco e per i soli presenti, uno  tra i sogni dell'autore stesso :
"...de vedè la gente a ride
 affratellata in pace in armonia..."














Maria Maddalena Morelli





Maria Maddalena Morelli, nacque a Pistoia il 17 marzo 1727 da Iacopo, eccellente musicista, primo violinista nella cappella dei musici della cattedrale, e da Maria Caterina Buonamici. Educata nel collegio delle salesiane di Pistoia, nel 1746 si trasferì a Firenze, dove iniziò a esibirsi nelle conversazioni e accademie private improvvisando in poesia e suonando clavicembalo e violino. La principessa Vittoria Rospigliosi-Pallavicini la condusse con sé a Roma e, all’età di circa vent’anni, durante la custodia di Michele Giuseppe Morei, fu ascritta all’Arcadia con il nome di Corilla Olimpica. Fu una personalità piuttosto discussa. Si dice che Madame de Staël si ispirò alla rimatrice per la sua “Corinne ou l’Italie”. Tesi confutata da Ademollo , il quale inoltre sostenne che Maddalena Morelli divenne una leggenda a opera di Paolo Giacometti che la «prese come protagonista di un suo dramma storico in cinque atti». Entrambi gli scritti hanno reso difficile comprendere appieno storicamente la Morelli, bersaglio politico dei gesuiti, nemici del principale sostenitore della poetessa, il papa Pio VI. Alcuni la considerano una capace poetessa, altri invece affidano il suo successo alle doti declamatorie. Altri ancora la considerano una «figura di confine tra arti del teatro e del poetare estemporaneo».  Tuttavia rimane la prima donna cui fu concesso un «riconoscimento d’eccellenza letteraria e […] fu lo strumento di autentica promozione sociale». Dopo aver superato, in casa del principe Gonzaga, nelle sere del 2, 9 e 19 agosto al cospetto di dodici esaminatori le prove , consistenti nel dover rispondere improvvisando su dodici temi: storia sacra e religione rivelata, filosofia, morale, fisica, metafisica, poesia eroica, legislazione, eloquenza, mitologia, armonia, belle arti, poesia pastorale; la notte del 31 agosto del 1776 , la poetessa fu incoronata in Campidoglio (la corona d’alloro è conservata nella chiesa della Madonna dell’Umiltà a Pistoia) dal Papa Pio VI e ricevette il titolo di “Poetessa laureata” e di “Nobile Romana”. Questo evento provocò invidia e contrasto tra suoi difensori e osteggiatori. Infatti, dopo quella notte, non solo perse molti contatti, ma soprattutto suscitò l’ostilità degli ambienti dei salotti romani. Così fu costretta ad abbandonare la città, rimpiangendo Roma e desiderando, fino alla morte, di potervi ritornare. La Morelli era «improvvisatrice, poetessa di corte, donna di spettacolo, avventuriera». In ambito letterario «fu la prima a lanciare con successo una nuova immagine di donna letterata: non più dama letterata, pupilla di eruditi, salonnière, bensì una professionista dell’improvvisazione agganciata al mondo della politica e della cultura militante». Dopo aver molto viaggiato, in Italia e all’estero, e aver ricevuto vari inviti, tra i quali quelli di Caterina II alla corte di Pietroburgo, nel 1780 si stabilì a Firenze, dove organizzò un salotto, luogo di incontro di intellettuali e letterati, e scrisse alcuni componimenti (tra i quali “In morte di A. Raffaele Megens”, “L’Ara d’Amore”, per le nozze del principe Carlo Emanuele IV di Savoia con Maria Clotilde di Borbone). Di notevole importanza come fonte culturale, storica e politica del secolo, visto e narrato dai suoi stessi protagonisti, risulta essere il carteggio che Corilla scambiò con l’ecclesiastico erudito Giovanni Cristofano Amaduzzi. «Il racconto della gloria acquistata e perduta, l’abbandono dell’amico e sostenitore (il principe Luigi Gonzaga), sentito come doloroso tradimento, l’ostilità percepita da parte della natia Pistoia e […] di Firenze, il costante timore delle “ciarle”, gli intrighi politici e religiosi […] costituiscono il materiale vissuto» dalla poetessa e non un’opera di pura fantasia. Da questa corrispondenza risultano evidenti il rimpianto della donna per essere stata abbandonata dai suoi sostenitori, - che non poterono aiutarla per «le caotiche vicende politiche e sociali di quel periodo storico», il suo stile, «colorito, ironico, risentito, veemente, non dotto». Dallo scambio epistolare con l’Amaduzzi risaltano anche la solitudine e la disperazione di Maria Maddalena, amata da chi la conosceva intimamente e osteggiata da quanti non compresero il suo modo d’essere, forse una donna d’altri tempi. Morì a Firenze l’8 novembre 1800 e fu sepolta nell’oratorio di S. Francesco di Paola . A differenza della maggior parte dei poeti estemporanei, Morelli non volle mai raccogliere i suoi componimenti per le stampe. Fiera del suo talento ma anche rispettosa della peculiarità e dei limiti della sua arte, fu pienamente consapevole dell’impossibilità di preservarne intatto il valore al di fuori dell’esecuzione pubblica, lontano da quell’aura di entusiasmo e di esaltazione reciproca che univa l’improvvisatore ai suoi uditori.
                                                                                                                                    Liberamente tratto da Ripensandoci  e Treccani.it



domenica 17 marzo 2013

Lettere





Sono le  9,15 del 16 marzo 1978 quando le Brigate Rosse rapiscono il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro e massacrano i 5 uomini della sua scorta. L’agguato avviene a Roma, in via Mario Fani ed è impressionante per rapidità e precisione. Moro è uno degli uomini politici italiani più importanti. Artefice negli anni 60 dell’apertura ai socialisti, è il principale interlocutore del Pci nella realizzazione del “compromesso storico” tra comunisti e democristiani che dovrebbe far uscire il Paese da uno stallo politico senza precedenti.
La mattina del 16 marzo Moro si sta recando alla Camera per il dibattito sulla fiducia al quarto governo Andreotti, il primo con l’aperto sostegno del Pci. Comincia così un sequestro che getta il Paese nell’angoscia per 55 giorni. La fine è nota: il cadavere di Moro viene ritrovato il 9 maggio in una Renault 4 rossa in Via Caetani, in pieno centro di Roma. Tutta la vicenda sembra segnata da una serie di misteri. Sei processi non hanno dissipato una serie incredibile di incongruenze e contraddizioni.
Durante i giorni del sequestro le Br recapitano 9 comunicati con i quali spiegano i motivi del sequestro e danno informazioni sulle condizioni del prigioniero. Sono documenti lunghi, a volte quasi illeggibili. Non mancano errori di sintassi e stramberie.Dal carcere del popolo Moro scrive 86 lettere. Alcune, scritte a mano, vennero recapitate dai postini Br; altre invece mai. Attraverso le missive lo statista democristiano cerca di aprire una trattativa con i colleghi di partito e con le massime autorità dello Stato. Particolarmente toccanti le lettere indirizzate ai familiari e alla moglie Norina in particolare.

***

Mia Carissima Noretta,
vorrei dirti tante cose, ma mi fermerò alle essenziali. Io sono qui in discreta salute, beneficiando di un’assistenza umana ed anche molto premurosa. Il cibo è abbondante e sano (mangio ora un po’ più di farinacei); non mancano mucchietti di appropriate medicine. Puoi comprendere come mi manchiate tutti e come passi ore ed ore ad immaginarvi, a ritrovarvi, ad accarezzarvi. Spero che anche voi mi ricordiate, ma senza farne un dramma. E’ la prima volta dopo trentatré anni che passiamo Pasqua disuniti e giorni dopo il trentatreesimo di matrimonio sarà senza incontro tra noi. Ricordo la chiesetta di Montemarciano ed il semplice ricevimento con gli amici contadini. Ma quando si rompe così il ritmo delle cose, esse, nella loro semplicità, risplendono come oro nel mondo. Per quanto mi riguarda, non ho previsioni né progetti, ma fido in Dio che, in vicende sempre tanto difficili, non mi ha mai abbandonato. Intuisco che altri siano nel dolore. Intuisco, ma non voglio spingermi oltre sulla via della disperazione. Riconoscenza e affetto sono per tutti coloro che mi hanno amato e mi amano, al di là di ogni mio merito, che al più consiste nella mia capacità di riamare. Non so in che forma possa avvenire ma ricordami alla Nonna. Cosa capirà della mia assenza? Cose tenerissime a tutti i figli, a Fida col marito, ad Anna col marito ed il piccolino in seno, ad Agnese, a Giovanni, ad Emma. Ad Agnese vorrei chiedere di farti compagnia la sera, stando al mio posto nel letto e controllando sempre che il gas sia spento. A Giovanni, che carezzo tanto, vorrei chiedessi dolcemente che provi a fare un esame per amor mio. Ogni tenerezza al piccolo di cui vorrei raccogliessi le voci e qualche foto. Per l’Università prega Saverio Fortuna di portare il mio saluto affettuoso agli studenti ed il mio rammarico di non poter andare oltre nel corso.
Ricordami tanto a fratelli e cognati ed a tutti gli amati collaboratori. A Rana in particolare vorrei chiedere di mantenere qualche contatto col Collegio e di ricordarmi a tutti.
Mi dispiace di non poter dire di tutti, ma li ho tutti nel cuore. Se puoi, nella mia rubrichetta verde, c’è il numero di M.L. Familiari, mia allieva. Ti prego di telefonarle di sera per un saluto a lei e agli amici Mimmo, Matteo, Manfredi e Giovanna, che mi accompagnano a Messa.
Ed ora alcune cose pratiche. Ho lasciato lo stipendio al solito posto. C’è da ritirare una camicia in lavanderia. Data la gravidanza ed il misero stipendio del marito, aiuta un po’ Anna. Puoi prelevare per questa necessità da qualche assegno firmato e non riscosso che Rana potrà aiutarti a realizzare. Spero che, mancando io, Anna ti porti i fiori di giunchiglie per il giorno delle nozze. Sempre tramite Rana, bisognerebbe cercare di raccogliere 5 borse che erano in macchina. Niente di politico, ma tutte le attività correnti, rimaste a giacere nel corso della crisi. C’erano anche vari indumenti da viaggio.
Ora credo di averti stancato e ti chiedo scusa. Non so se e come riuscirò a sapere di voi. Il meglio è che per risponderne brevemente usi giornali. Spero che l’ottimo Giacovazzo si sia inteso con Giunchi.
Ricordatemi nella vostra preghiera così come io faccio.
Vi abbraccio tutti con tanto tanto affetto ed i migliori auguri.
vostro
Aldo
P.S. Accelera la vendita dell’appartamentino di nonna, per provvedere alle necessità della sua malattia.

***

Aldo Moro, l'ultima lettera

Mia dolcissima Noretta,

dopo un momento di esilissimo ottimismo, dovuto forse ad un mio equivoco circa quel che mi si veniva dicendo, siamo ormai, credo, al momento conclusivo. Non mi pare il caso di discutere della cosa in sé e dell'incredibilità di una sanzione che cade sulla mia mitezza e la mia moderazione. Certo ho sbagliato, a fin di bene, nel definire l'indirizzo della mia vita. Ma ormai non si può cambiare. Resta solo di riconoscere che tu avevi ragione.
Si può solo dire che forse saremmo stati in altro modo puniti, noi e i nostri piccoli. Vorrei restasse ben chiara la piena responsabilità della D.C. con il suo assurdo ed incredibile comportamento. Essa va detto con fermezza così come si deve rifiutare eventuale medaglia che si suole dare in questo caso. E' poi vero che moltissimi amici (ma non ne so i nomi) o ingannati dall'idea che il parlare mi danneggiasse o preoccupati delle loro personali posizioni, non si sono mossi come avrebbero dovuto.
Cento sole firme raccolte avrebbero costretto a trattare.
E questo è tutto per il passato. Per il futuro c'è in questo momento una tenerezza infinita per voi, il ricordo di tutti e di ciascuno, un amore grande carico di ricordi apparentemente insignificanti e in realtà preziosi. Uniti nel mio ricordo vivete insieme. Mi parrà di essere tra voi.
Per carità, vivete in una unica casa, anche Emma se è possibile e fate ricorso ai buoni e cari amici, che ringrazierai tanto, per le vostre esigenze.
Bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli. A ciascuno una mia immensa tenerezza che passa per le tue mani. Sii forte, mia dolcissima, in questa prova assurda e incomprensibile. Sono le vie del Signore.
Ricordami a tutti i parenti ed amici con immenso affetto ed a te e tutti un caldissimo abbraccio pegno di un amore eterno.
Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo.
Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo.
Amore mio, sentimi sempre con te e tienmi stretto.
Bacia e carezza Fida, Demi, Luca (tanto tanto Luca) Anna, Mario, il piccolo non nato, Agnese, Giovanni. Sono tanto grato per quello che hanno fatto.
Tutto è inutile, quando non si vuole aprire la porta.
Il Papa ha fatto pochino: forse ne avrà scrupolo*
*Tutto sia calmo, Luca no al funerale

venerdì 15 marzo 2013

Ancora foto

Foto


Pubblichiamo alcune foto, riguardanti  l’iniziativa svoltasi lo scorso 8 marzo presso la biblioteca Comunale di San Gemini alla quale abbiamo partecipato,
 dedicata alla Donna e alle poesie: “Le voci delle donne”.







                                                                                          
                                                                                              seguono ancora foto

martedì 12 marzo 2013

Sefèris Giòrgos



“Io guardo il fiume
crespe leggere passano sotto il sole malato
nient'altro, il fiume aspetta;
abbi pietà di quanti aspettano»”
       ******           
E’ stato un poeta, saggista e diplomatico greco,Premio Nobel per la letteratura nel 1963, per i suo scritti eminentemente lirici, ispirati da un profondo legame con il mondo della cultura ellenica .Studiò Giurisprudenza a Parigi dove seguì il padre, noto giurista e letterato. Intraprese la carriera diplomatica (1926), che concluse nel 1962 come ambasciatore a Londra. Le peregrinazioni impostegli dal servizio, incluse quelle al seguito del governo greco dopo l'invasione nazista, radicarono nel suo animo il sentimento dell'esilio, precocemente sperimentato con l'esodo della popolazione greca dall'Asia Minore in seguito al trattato di Losanna (1923). Le poesie degli esordî, ("Strofa", ma anche "Svolta", 1931), ῾ ("La cisterna", 1932), si posero sulla scia del simbolismo francese e di P.Valery, segnalandosi tuttavia per l'originalità dei procedimenti ermetico-allusivi e per la salda coerenza della lingua e del ritmo. Non meno innovativi i 24 componimenti di ("Romanzo", 1935), pubblicati pochi mesi dopo che S. aveva dato vita, insieme con altri, alla rivista ("Lettere nuove", 1935): protagonisti di questo breve epos sono alcuni miti dell'antichità classica, i quali rappresentano in modo esemplare il perenne ricorso di una vicenda tragica. Nell'assegnare una funzione metatemporale al mito, S. mise forse a frutto le suggestioni della poetica eliotiana (è del 1936 la sua traduzione di The waste land), sulla quale s'innesca il suo autonomo percorso di poeta-artigiano che attinge con paziente lavoro di scavo alle proprie intime risorse (Τετράδιο γυμνασμάτων "Quaderno d'esercizî", 1940). Il presentimento del conflitto mondiale e le amare prove affrontate negli anni dell'esilio incupiscono le poesie del primo e più ancora del secondo ῾Ημερολγιο καταστρώματος ("Giornale di bordo", 1940 e 1945). Frutto delle contraddittorie sensazioni suscitate dal ritorno in patria fu il poemetto ῾Η κχλη ("Il tordo", 1947), un capolavoro della letteratura di tutti i tempi, che muove dall'oscuro abisso della guerra e delle lotte fratricide verso il chiarore di una provvisoria speranza. Ancora una luce, la magia del paesaggio di Copro, illumina le poesie del terzo "Giornale di bordo" (1955), a contrasto con la drammatica crisi politica che insanguina l'isola.  Soggiornò anche in Albania, nel Nord Africa e in Medio Oriente. Quando il colpo di stato dei Colonelli in Grecia nel 1967 precipita la nazione in una spirale di violenze e torture, il poeta , ritiratosi in volontario isolamento, pronuncia alla BBC un discorso di totale condanna della Giunta: I am a man without any political aliation, and I can therefore speak without fear or passion. I see ahead of me the precipice toward which the oppression that has shrouded the country is leading us. This anomaly must stop. It is a national imperative.  Quando Seferis muore, nel 1971, i suoi funerali si trasformano in una imponente manifestazione contro il regime: una folla immensa intona ΑΡΝΗΣΗ  ( Il Rifiuto)cui l' altro grande ribelle greco, Mikis Theodorakis, ha dato la sua struggente musica .

IL RIFIUTO
Su di una spiaggia segreta
bianca come una colomba
morivamo di sete
ma l' acqua  era salata .
Sulla spiaggia dorata
scrivemmo il suo nome;
ma venne bella la brezza dal mare e cancellò le parole
Con quale spirito, quale animo,
quale desiderio e quale passione
afferrammo la nostre vite: un errore! Così cambiammo la nostre vite..

****** 
“Ancora un poco
 e scorgeremo i mandorli fiorire
 brillare i marmi al sole
 e fluttuare il mare”
 ancora un poco,
 solleviamoci ancora un po’ più su.”

Liberamente tratto da Treccani.it e Millenovecentoottantanonepiùuno