mercoledì 19 giugno 2013

Angiolo Orvieto



Poeta italiano (Firenze 1869 - ivi 1967). Giornalista, critico letterario, librettista, attivissimo promotore di cultura, instancabile nelle sue iniziative culturali, incise con continuità, se pure non in termini eclatanti e clamorosi, nella vita letteraria e artistica della Firenze giolittiana. Si laureò in filosofia classica presso l'Istituto di studi superiori di Firenze, mentre altre parallele esperienze ne segnarono la formazione, come il soggiorno a Berlino del 1887 e l’organizzazione di circoli goliardici. A soli venti anni fondò la Vita Nuova (1889-91), periodico volto al recupero dell’arte in chiave soggettiva e intimistica; fra i molti collaboratori vi furono anche  Pirandello e Pascoli, che vi pubblicherà le prime Myricae. Con il 1896 iniziò la più nota rivista di Orvieto, Il Marzocco (1896-1932): nato sotto l’egida di D’Annunzio, si rivelerà ben presto come la testata più rappresentativa della borghesia colta fiorentina del primo Novecento. Nel 1901, dopo una breve condirezione, O. ne affidò la gestione al fratello Adolfo, pur rimanendo fra i principali collaboratori. Già da alcuni anni si dedicava all’attività poetica e letteraria; alle raccolte La Sposa mistica e altri versi (1893) e Il Velo di Maya (1898) seguì Verso l’Oriente (1902), ispirato dal lungo viaggio intorno al mondo del 1897: quasi una ricerca, non solo metaforica, delle proprie radici. Nel 1899 O. sposò Laura Cantoni (1876-1953), destinata a divenire una nota scrittrice per l’infanzia. Nuovi interessi e attività incalzavano. Nei primi anni del nuovo secolo i libretti d’opera: dalla collaborazione con il musicista G. Orefice nacquero Chopin (1901), Mosè (1905), Il pane altrui (1907). Ma soprattutto O. diede vita a numerose e dinamiche associazioni culturali, come la Leonardo da Vinci, nel 1902, poco dopo la Brigata degli amici dei monumenti, quindi, nel 1908, la Società per la ricerca dei papiri greci e latini in Egitto e, nel 1911, la Società per l’esercizio del Teatro Romano di Fiesole, che condusse nello stesso anno all’effettivo ripristino dell’antico luogo scenico. Per tutta la durata del primo conflitto mondiale O. si occupò della salvaguardia dei monumenti, ma soprattutto dell’Ufficio notizie per le famiglie dei combattenti e delle Opere di assistenza civile. Gli impegni pubblici lo allontanarono in parte dall’attività poetica: dopo Le Sette leggende (1912) sarà necessario attendere il 1928 per un nuovo volume di versi, Il vento di Siòn. Canzoniere d’un ebreo fiorentino del Cinquecento. Sarà la migliore prova poetica di Orvieto. Frutto dell’approfondimento della cultura ebraica sotto la guida di U. Cassuto e C. Glass, è recensita dallo stesso Montale e salutata come nuovo corso della sua attività lirica. Nel volume il protagonista, proiezione figurata dell’autore, si farà portavoce di aspirazioni e conflitti intimi dello stesso Angiolo, nel non risolto dualismo fra italianità e ebraicità. Nel corso degli anni Trenta O. pubblicherà, sulla linea della poesia toscana, Il Gonfalon selvaggio (1934) ma, in parallelo, continuerà ad affrontare nel privato l’ispirazione ebraica, con i versi poi in gran parte raccolti nei Canti dell’Escluso (1961), e con una serie di poemetti dedicati ai Profeti, in parte inediti. Angiolo e Laura O.  trascorsero i momenti più duri delle persecuzioni razziali, fra il novembre 1943 e l’ottobre 1944, nascosti nel ricovero di S. Carlo, fondato dal cappuccino Padre Massimo presso Borgo S. Lorenzo. Nel secondo dopoguerra l’attività di O. conobbe un rinnovato entusiasmo: nel 1950, con A. Levasti e G. La Pira, fu fra i fondatori dell’Amicizia ebraico-cristiana, associazione che lo vide perseguire, con equilibrio patriarcale, comuni valori di fratellanza e comprensione al di là delle cesure politiche e religiose.
                                                                 Tratto da Treccani.it
 

Grandi cumuli di rose,
di giunchiglie, di verbene,
di gerani e tuberose,
la mia gondola contiene.

Essa fissa nell'aurora
che sorride sul canale,
che i palazzi grigi sfiora
col suo bacio d'immortale.

Presso ad una testa bionda
che fra le verbene affonda
e di rose s'incorona,
il mio capo s'abbandona.

E la gondola ci culla
tutti e due soavemente,
ma la pallida fanciulla
nulla vede e nulla sente.

Chiuse son le lunghe ciglia
sovra il sogno mattutino,
ella sembra una giunchiglia
sotto il cielo cilestrino.

Nell'aurora, fra gli odori
dei bei cumuli di fiori,
questa gondola mi porta
con la mia diletta morta
 
 
Mammole di Febbraio
Mammole colte lungo un fossatello
a metà di febbraio
col piede snello e il cuor di gemme gaio.
Or tra due fogli languono appassite.
Da quarant'anni? Non so, nè me ne importa
Febbraio sta di nuovo sulla porta
con le sue violette rifiorite.



 
 

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